Pregare, e anche soltanto parlare della preghiera è difficile. Perché non sappiamo con che cosa si deve pregare. Con le labbra recitiamo delle formule, con l’intelligenza riflettiamo e meditiamo; lo spirito e l’anima si elevano fino a Dio. Ma che cosa significano, cosa nascondono queste formule?
Con cosa preghiamo?
Il luogo della preghiera è il nostro cuore.
Ogni uomo ha ricevuto dal Creatore un organo che è in lui il luogo della preghiera. Il racconto della creazione narra come Dio ha creato l’uomo infondendogli il Suo Spirito di vita (Gen 2,7) e S. Paolo aggiunge nella prima lettera ai Corinzi (15,45) che l’uomo divenne un essere vivente.
Lo spirito di vita di Dio è in noi la fonte della preghiera.
Lungo i secoli nelle diverse culture e lingue questo luogo della preghiera è stato indicato con nomi diversi ma che intendono tutti la stessa realtà. Ho scelto, per questa mia riflessione di indicare tale luogo della preghiera con il nome che occupa nella Bibbia il posto centrale: il cuore. Nell’Antico Testamento il cuore indica l’interiorità dell’uomo. Il Nuovo Testamento amplierà e chiarirà questa nozione.
Il Signore scruta i cuori e i reni (Ger 11,20), nulla gli è nascosto. Il Salmo 139 ai versetti 1-2.23 recita: “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo … Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri.”
E’ con il cuore che si desidera: Dio soddisfa il desiderio del cuore (Sal 21,3) Il carattere proprio di ciascuno è, secondo la Sacra Scrittura, situato in questo centro; dal cuore nascono i pensieri, i peccati, le buone e le cattive tendenze: invidia, gelosia, gioia, pace e misericordia. Il cuore può anche indicare tutta la persona, leggiamo infatti in Gs 22,5: “Abbiate gran cura di eseguire i comandi e la legge che Mosè, servo del Signore, vi ha dato, amando il Signore vostro Dio, camminando in tutte le sue vie, osservando i suoi comandi, restando fedeli a lui e servendolo con tutto il cuore e con tutta l’anima.”
Una parte del popolo eletto non ha tutta via ascoltato l’invito e ha allontanato il suo cuore dal Signore: “Questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13).
Gli israeliti hanno indurito il loro cuore (Ez 2,4), ma Dio non abbandona il suo popolo ed esorta: “Or dunque – parola del Signore – ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti” (Gl 2,12-13).
Il Signore ama Israele di un amore eterno. Il profeta ci mostra come il cuore stesso di Dio si volge ancora verso il suo popolo e come la sua misericordia (pietà del cuore) è risvegliata (Os 11,8). Mai il suo amore si allontanerà dal suo popolo: “Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto, ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Is 54,7-8).
Il Signore tramite Ezechiele annuncia una nuova alleanza: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuove, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi “ (Ez 36,25-27).
Solo un cuore di carne può battere veramente e può tenere in vita tutto il corpo. Solo in questo cuore lo Spirito Santo può discendere, e il cuore prima chiuso all’abbondanza della Grazia si apre nuovamente al suo disegno d’amore: alla sua volontà, alla sua Parola e al suo Spirito.
Dio stesso è intervenuto per togliere i sigilli al cuore dell’uomo e renderlo disponibile alla sua Parola (At 16,14). Salito al cielo ci ha inviato un altro Paraclito (Gv 14,16) che consola, fortifica e incoraggia, l’Unzione che ci insegna ogni cosa (1Gv 2,27). Lo Spirito santo che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto (Gv 14,26). “Se nella tua bocca confessi che Gesù è Signore e se nel tuo cuore credi che Dio lo ha risuscitato dai morti, otterrai la salvezza” (Rm 10,9).
Cuore e bocca, sottomissione interiore e confessione esteriore si uniscono e in uno stesso ritmo e danno luogo alla nascita della preghiera.
Quando finalmente più nulla oscura il nostro cuore, allora diviene libero di aprirsi alla luce, perché Dio è amore e Dio è luce. Ora è più chiaro che il cuore non si identifica con l’intelligenza discorsiva con cui si ragiona, e neppure con la sensibilità per la quale ci si rivolge all’altro, o con l’affettività superficiale che noi chiamiamo sentimento. Il cuore si situa molto più profondamente in noi, è il germe segreto del nostro essere. Nella vita di tutti i gironi, il nostro cuore resta nascosto. Emerge appena nella coscienza. Viviamo del tutto immersi nei sensi
esteriori, ci perdiamo nelle nostre impressioni e nei nostri sentimenti, in tutto ciò che ci attira o si oppone. Il cuore sonnecchia e non batte ancora al ritmo dello Spirito.
Gesù spesso ce l’ha rimproverato: il nostro cuore è cieco, indurito e sbarrato (Mc 8,17). E’ lento e pigro (Lc 24,25), pieno di tenebre. Si appesantisce nel piacere e nelle occupazioni (Lc 21,34). Ha bisogno di essere circonciso. “Circoncidete i vostri cuori per amare il Signore vostro Dio e servirlo con tutto il cuore e con tutta l’anima” (Dt 10,12-22). Ritrovare il cammino verso il proprio cuore è il compito più importante dell’uomo. L’uomo è un pellegrino alla ricerca del suo cuore, del suo essere più profondo. Ognuno porta in sé secondo la bellissima espressione di Pietro nella sua Prima lettera “l’uomo nascosto nell’intimo del cuore” (1Pt 3,4).
In questa profondità del nostro essere Dio ci incontra e soltanto a partire da là noi possiamo a nostra volta incontrare gli uomini. Là Dio ci parla e a partire da là possiamo anche noi parlare agli uomini. Là riceviamo da Lui un nome nuovo e ancora misterioso, che Lui solo conosce e che sarà il nostro per l’eternità nel suo Amore: e partire da là noi potremo pronunciare il nome di un altro, nello stesso Amore. Non siamo ancora giunti in questo luogo: siamo in cammino verso il nostro cuore.
Ma il nostro cuore è già in quel luogo segreto ed è in stato di preghiera. La preghiera l’abbiamo ricevuta con la grazia nel Battesimo. Lo stato di Grazia significa, al livello del cuore, stato di preghiera. Nell’intimo più profondo siamo dal battesimo in contatto continuo con Dio. Lo Spirito santo si è impossessato di noi: si è fatto respiro del nostro respiro, Spirito del nostro spirito. E’ lo Spirito che parla incessantemente al nostro spirito e testimonia che siamo figli di Dio. Lo
Spirito grida in noi e prega: “Abba, Padre!” supplicando e sospirando con parole inesprimibili ma che non cessano mai (Rm 8,15; Gal 4,6).
Lo stato di preghiera che portiamo in noi è come un tesoro nascosto di cui non siamo o siamo poco coscienti. Il cuore respira da qualche parte in pienezza senza che noi lo comprendiamo. Siamo sordi nei confronti del nostro cuore in preghiera, non vediamo la luce in cui viviamo. Il nostro vero cuore sonnecchia e bisogna svegliarlo pian piano, lungo il corso della nostra vita. La preghiera ci è stata data da tempo, ma non ne siamo coscienti. Ogni tecnica ha lo scopo di renderci coscienti, di insegnare a sentire, nella piena e tranquilla certezza dello Spirito, la
preghiera che nel nostro intimo ha messo radici non cessa di operare. Con il tempo deve salire in superficie, alla superficie della nostra coscienza, impregnare e investire tutte le nostre facoltà, lo spirito, l’anima e il corpo. Tutto di noi deve vibrare al ritmo della preghiera e coinvolgere ogni cellula del nostro essere: come un pezzo di legno secco che gettato nel fuoco si infiamma immediatamente.
