Quinta puntata.
Abbiamo visto che per la nostra vita spirituale è molto importante sviluppare un cammino di preghiera che ci sostenga nel nostro pellegrinaggio verso l’eterno. Decidersi per la preghiera significa abbandonarsi nelle mani di Dio, pregare veramente, significa consegnarsi a Dio, accettando che sia Lui a guidare la nostra vita e a dare luce al nostro cammino. Ma tutto questo, innegabilmente, non è facile perché presuppone un salto nel buio, un abbandono completo in qualcuno che non vedo e non sento. Decidersi presuppone uno sforzo notevole della nostra volontà.
Il teologo Bruno Forte, in un saggio sugli aspetti teologici della preghiera, elenca tre resistenze che sono come tentazioni che bloccano la vita di preghiera: paura, evasione e impazienza.
La paura: consiste proprio nel non voler affidare a Dio la nostra vita, nell’essere convinti di bastare a noi stessi. Inoltre abbiamo anche paura che Dio ci parli: allora riempiamo il silenzio di tante parole, di tante preghiere lette e “recitate”, ma senza pregare veramente, senza lasciargli lo spazio di parlare al nostro cuore e la possibilità di cambiare la nostra vita.
La paura ci fa negare il futuro di Dio.
L’evasione: L’evasione nega il presente dell’uomo. Ci fa dire: “Se io fossi in una situazione diversa, se avessi degli amici diversi, se avessi un parroco diverso, un lavoro diverso, una famiglia diversa … allora sì che riuscirei a pregare!” Ci fa fuggire dal momento presente in cui Dio ci ha posto e che è il luogo in cui Egli ci parla. E’ proprio la vita reale che stiamo vivendo che deve diventare voce della nostra preghiera. Si deve pregare con ciò che si vive e come si è! Non riusciamo a pregare perché non siamo nella pace, perché non accettiamo il presente che ci viene offerto, non accettiamo gli altri così come sono, il lavoro, il mondo che ci circonda, o addirittura noi stessi. Nell’evasione cerco più me stessa che Dio, prego per cambiare Dio e non me stessa.
L’impazienza: viviamo in una società che non sa più attendere, si vuole tutto ora e subito. Vogliamo tutto subito, senza aspettare, senza meditare se ciò che vogliamo sia veramente indispensabile per la nostra vita. Lo stesso avviene nella vita di preghiera, se chiediamo qualcosa a Dio abbiamo la pretesa di ottenerla subito, immediatamente. Non ci fermiamo a discernere se quel qualcosa che chiediamo sia veramente necessario alla nostra vita spirituale. E se Dio non ci accorda ciò che chiediamo entriamo in crisi, voltiamo le spalle a questo Dio che non ci ascolta. Nella vita spirituale non esiste né lo spazio né il tempo. La crescita spirituale esige tempi lunghi e una lenta maturazione. Dio è paziente e sa rispettare la libertà dell’uomo e i tempi della sua faticosa crescita. Siamo noi uomini che diventiamo impazienti della pazienza di Dio. E’ l’uomo che non sa misurarsi sull’amore e sulla volontà di Dio; è l’uomo che vorrebbe cambiare Dio invece di cambiare se stesso: difficilmente questo tipo di uomo riuscirà a pregare e ancora più difficilmente riuscirà a resistere nella preghiera. Chi sa accettare i propri limiti e persino il fatto di non saper pregare o di essere distratto, e sa consegnarsi a Dio così com’è, sta già pregando e aprendo il suo cuore alla grazia che lo cambia.
Affrontiamo adesso la fatica della preghiera.
Ma che cos’è la preghiera? Conosciamo tutti i vari modi di preghiera: vocale, mentale e contemplativa. I vari tipi di preghiera: di lode, ringraziamento, adorazione, richiesta, ecc. Ma tutto questo non dice nulla della preghiera. Tutto questo mi dice solo la formula della preghiera, dei metodi di preghiera che mi possono aiutare, soprattutto all’inizio del
cammino di preghiera o nei momenti di aridità spirituale. Ma non sono la preghiera. Per entrare nel cuore della preghiera mi viene spontaneo alle labbra il Salmo 19, 2-5: “I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue
mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia. Non è linguaggio e non sono parole, di cui non si oda il suono. Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola”. Dio usa un linguaggio, usa parole che non sono percepite dalle nostre orecchie. Usa un linguaggio che
solo chi ha un cuore pronto e aperto a Lui può comprendere. Vedi Maria, Lei può comprendere il messaggio che Dio le invia attraverso l’angelo e può dire il Suo “si”. Per comprendere le Sue Parole bisogna lasciare se stessi, staccarsi da tutto e tutti, perché in un cuore pieno di mondo Dio non trova spazio. Bisogna svuotarsi per potersi riempire dello Spirito Santo che ci parla con gemiti inesprimibili. Fare verità con noi stessi, staccarsi da tutto quello che non è utile alla nostra crescita spirituale. La preghiera ha allora un’importanza capitale per la vita dello spirito: così come mi preoccupo per il lavoro, la famiglia, ecc, devo preoccuparmi del mio spirito! Ma tutto questo non si compie dall’oggi al domani, è necessario un cammino anche faticoso perché richiede sforzo, impegno, costanza e fedeltà.
Fatica nel pregare, pregare diventa quasi un’agonia, una sorta di combattimento sino a quando, vinti, come Giacobbe che lotta con l’angelo nella notte, ci si lascia abbracciare dal Signore Gesù. Per comprendere la fatica, l’angoscia della preghiera vorrei meditare con voi della preghiera “affaticata e stanca” di Gesù che agonizza, che combatte nell’orto del
Getsemani: se anche Gesù ha faticato per pregare, per entrare in un rapporto autentico con il Padre, anche noi non ci dobbiamo meravigliare se ci venisse richiesta qualche fatica nei confronti della preghiera. In fondo, nella preghiera si instaura una lotta con il nostro io più profondo, che non vuole abbandonare il rifugio che si è costruito per difendersi da questo Dio che vuole sconvolgere la sua vita.
Andiamo a rileggere il Vangelo di Matteo dove si evidenzia la fatica di Gesù e dei suoi discepoli nello stare in preghiera, e alla luce di questa esperienza potremo comprendere le nostre difficoltà.
“Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsemani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».
E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina». (Mt 26,36-46)
Gesù in questo momento della preghiera prova angoscia e tristezza, non solo la sua anima è triste fino alla morte, quasi non accetta ciò che tra breve dovrà sopportare. La preghiera di Gesù appare molto complessa. Tanto è vero che ripete più volte queste parole. E’ importante comprendere questo aspetto nell’esperienza della preghiera di Gesù. Gesù ha condiviso anche nella preghiera la nostra fatica. Si potrebbe dire che Gesù si è trovato alle soglie di quella situazione in cui viene da dire “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41).
Pregare ci viene difficoltoso perché non vogliamo abbandonare le nostre certezze che negli anni abbiamo radicato nel nostro cuore a difesa di noi stessi, del nostro piccolo mondo, della nostra immagine. Riuscire a staccarci da tutto ciò ci fa soffrire, preferiamo dormire sugli allori, che rivoluzionare la nostra vita. In fondo abbiamo paura dei cambiamenti,
specialmente di quelli che coinvolgono il nostro modo di essere, il nostro modo di apparire. Abbiamo paura del giudizio della gente, di ciò che può pensare di noi se vedesse un cambiamento radicale. Tutto sommato non si tratta di negare Dio, ma di affermare nei suoi confronti una sorta di autosufficienza. Nel fondo dell’anima resta il desiderio di Dio, una specie di nostalgia, ma si ha come l’impressione che la nostra vita non c’entri più molto.
A questo punto viene spontaneo domandarsi quali sono le nostre “fatiche” nella preghiera. Forse penso che la preghiera è inutile e poco interessante; mgari continuo a pregare ma con poca convinzione. Oppure mi dico che
non ho mai tempo, ma so che non è questione di tempo ma di mancata onvinzione: la preghiera prima di essere una questione di abitudine è una sperienza che va affrontata più seriamente.
In fondo non credo che Dio mi ascolti, perché non vedo una risposta nelle reghiere, non ottengo nulla di ciò che chiedo: ma mi sono mai chiesta os’è che chiedo nella mia preghiera, chi cerco nella mia preghiera, cosa mi spetto veramente dalla mia preghiera? Le cose che chiedo probabilmente on sono utili al mio spirito, alla mia crescita di fede.
Chiedo cose materiali, sono troppo attaccata al mondo. Nella preghiera cerco infondo me stessa, cerco di giustificarmi, di non guardare le mie colpe. Invece pregare è guardare Dio, ammirare il suo volto, cercare Lui in spirito e verità.
Dalla mia preghiera mi aspetto di cambiare le cose, di cambiare il mondo però senza cambiare nulla di me stessa, senza comprendere che se non comincio a cambiare me stessa nulla del mondo potrà mai cambiare, perché se non permetto a Dio di plasmare il mio spirito come posso pretendere che gli altri cambino?
Dio in fondo ci va bene nella misura in cui si preoccupa di noi, lo lasceremmo interferire nella nostra vita e nella nostra libertà se ci desse una mano dove vogliamo noi. Salvo poi “dimenticarlo” e riprenderci tutta la libertà quando ci sentiamo soddisfatti e “capiti”.