
Fin qui abbiamo parlato di preghiera, della decisione di pregare con tutte le sue difficoltà e ostacoli; delle disposizioni che dobbiamo avere nella preghiera; di come gestire le distrazioni. Ci siamo chiesti se usare formule già confezionate o le parole che nascono spontanee nel cuore. Se è meglio chiedere o lodare, ringraziare o adorare, supplicare o implorare. Inoltre ci siamo detti che per pregare bisogna riconoscersi peccatori, bisognosi della misericordia di Dio.
Abbiamo anche detto che per pregare dobbiamo prepararci, disporci all’incontro.
Si tratta di rispondere alla chiamata, di farsi trovare da Dio. Abbiamo visto che
dobbiamo allenarci, abituarci a questo incontro. Dedicare del tempo a questo Dio, che ci dona tutto e al quale rendiamo poco di noi stessi. Ci siamo lamentati di non avere tempo, di non trovare il tempo di stare con Lui. Di distrarci quando finalmente ci decidiamo a stare con Lui. Ci ritroviamo tentati, stanchi, delusi perché non otteniamo, non abbiamo risposta alle nostre domande, ai nostri perché. Questo Dio ci appare lontano, sordo, muto. Ma mi chiedo a questo punto se veramente preghiamo? Se veramente ascoltiamo questo Dio in cui diciamo di credere. Per ascoltare è necessario il silenzio. Non basta però ascoltare con l’udito esteriore, questo è solo il primo passo; occorre poi l’ascolto interiore del cuore che, lasciandosi invadere dalla Parola divina, acquista quelle convinzioni profonde che poi si trasformano in vita vissuta. Gesù stesso ha proclamato la beatitudine dell’ascolto “Beati … quelli che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono!” (Lc 11,28). Gesù inoltre ha definito l’ascolto come “L’unica cosa necessaria … la parte migliore” (Lc 10,42) intendendo dire che vale di più un’ora di ascolto della Parola che non mille occupazioni materiali, che pure sono necessarie ma non devono prendere il sopravvento, dobbiamo dargli il giusto spazio. L’ascolto poi sfocia nella preghiera: preghiera che diviene adesione, accettazione, abbandono, slancio d’amore verso Dio, rinnovato fervore nel suo servizio, proposito di bene, ringraziamento. Se non ascolto non conosco, se non conosco non amo e se non amo come posso seguire Cristo, amarlo e vederlo nei fratelli?
La prima condizione della preghiera è il silenzio. In una società dove imperversa il rumore caotico; dove tutto si vuole risolvere in dibatti e tavole rotonde; dove le parole vengono sprecate, svilite e perdono il loro vero significato, fare silenzio, non solo ci sembra impossibile, ma ci fa paura a tal punto che non vogliamo stare nel silenzio, ci deprimiamo, ci sentiamo soli. Ma solo nel silenzio possiamo sentire il soffio leggero dello Spirito divino. Dice Giovanni Taulero, mistico tedesco: “Se taci, Lui parla. Se esci, Lui entra.” Ora il problema è: noi lo vogliamo ascoltare, vogliamo lasciarlo parlare? Desideriamo davvero farlo entrare nel nostro cuore?
Sembrerebbe proprio di no. A volte abbiamo paura di ascoltare, non solo Dio ma anche gli uomini, perché comprendiamo che ascoltando veramente con il cuore restiamo coinvolti, dobbiamo dare delle risposte a chi ci interpella; allora è meglio distrarsi, riempire la vita di rumori, di parole che coprano le voci che insistenti bussano alla porta del cuore.
Il cammino di preghiera dovrebbe pian piano portarmi al silenzio, all’abitudine al silenzio non solo esteriore ma soprattutto interiore. La preghiera orale, fatta di formule, di riti sacri, di gesti pian piano mi deve portare ad atteggiamenti che corrispondano ad una reale interpretazione della Parola di Dio ascoltata, ruminata, riascoltata, digerita ed infine assimilata. Penso a Maria che serbava in sé tutte le cose (Lc2,19; 2,51). E tutto ciò può essere realizzato solo nel silenzio interiore, solo quando ho messo a tacere tutte quelle voci che mi portano lontano da Dio.
Allora inizio il mio cammino con la preghiera orale che poi si trasforma in preghiera mentale e poi diviene preghiera del cuore, preghiera silenziosa. Non basta però ascoltare con l’udito esteriore, questo è solo il primo passo; occorre
l’ascolto interiore del cuore che, lasciandosi invadere dalla Parola divina, acquista quelle convinzioni profonde che si trasformano in vita vissuta.
La preghiera orale mi aiuta ad interiorizzare la parola che viene ripetuta non più dalle labbra, ma viene impressa nella mente che la ripete. Poi questa parola mentale scende lentamente nel cuore dove viene interiorizzata, cioè diviene vita
vissuta. Non è più una preghiera fatta di parole ma di silenzio per l’ascolto, silenzio dell’ascolto. Non è il silenzio di quando non si sa che dire, ma un silenzio in cui le parole non bastano più per esprimere l’immensa ricchezza di ciò che si vive.
La nostra fede è fondata sull’ascolto. Tutta la Bibbia si fonda sull’ascolto: dall’ascolto viene la conoscenza e quindi l’amore. Il verbo ascoltare è ripetuto 449 volte nel Vecchio Testamento e 126 volte nel Nuovo. “Ascolta Israele!” è la parola d’ordine della Bibbia. “Ascoltate” dice ripetutamente Mosè al popolo ribelle e incredulo (Nm 20,10); “ascoltate”, si legge nel libro dei Proverbi (Pr 1,8; 8,32; 19,20); “Ascoltatelo”, proclama la voce del Padre celeste al momento del battesimo di Gesù nel Giordano e della sua trasfigurazione (Mc 9,7). L’imperativo di ascoltare percorre tutta la Bibbia come un ritornello; e non si tratta di un ascolto esterno passeggero, ma è un aprire il cuore alla Parola di Dio per accoglierla e metterla in pratica; è obbedire con fede a Dio che parla (Rm 1,5; 16,26). La Parola di Dio non è vana e vuota come quella degli uomini: è Parola di vita (creazione) e produce salvezza (Padre, perdona …).
Siamo stanchi di parole. Ma pochi decidono di tacere. Soffriamo di solitudine, ma non abbiamo più fiducia nel dialogo. Cerchiamo oasi di silenzio e di pace, ma poi non riusciamo a spegnere la televisione o la radio. Ci rifugiamo a volte nella
preghiera, ma anche con Dio parliamo solo noi e ce ne andiamo in fretta senza preoccuparci di ciò che Lui vuole dirci.
La nostra spesso è una preghiera di supplica, di domanda, a volte uno sfogo o un lamento. Andiamo a pregare con il cuore pieno dei nostri pensieri, problemi, col peso dei nostri drammi, ma non ci fermiamo mai abbastanza con Dio gli impediamo di parlare, non gli diamo nemmeno l’occasione di farlo, e ce ne andiamo in fretta, senza attendere una risposta, lamentandoci del suo silenzio. Anche con i nostri simili ci comportiamo così, evitiamo il dialogo, cerchiamo di parlare solo noi, di non ascoltare per non rischiare qualcosa di noi stessi. Ma Dio non è nelle nostre parole, Dio non è nel rumore, nel fragore dei nostri pensieri, Dio è nel soffio leggero. “Fu detto ad Elia: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare
le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?».« (1Re 19,11-13). Il Signore era lì nella brezza leggera! Dice ancora la Bibbia: “Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui” (Sal 37,7). Per pregare bene e con frutto occorre il silenzio della mente e del cuore. Ascoltare è possibile solo quando tutto tace dentro di noi.
Davanti a Dio che parla ci accorgiamo subito che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie (“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” Is 55, 8). Allora il silenzio ci
fa paura; e ci mettiamo in fuga. Preghiamo in fretta! Ci dilunghiamo a recitare tante preghiere e intanto non pensiamo neppure alle parole che diciamo. Se neppure noi prestiamo attenzione a ciò che diciamo, come possiamo pretendere che Dio le ascolti? E come arriveremo all’ascolto di Dio e a trovare in lui la nostra pace interiore? Una preghiera così fatta non è più una forza, un riposo dell’anima, una luce della vita, ma diventa prima un’abitudine, poi un dovere, infine uno stress e un vuoto deprimente. La preghiera diventa così una faccenda da sbrigare alla svelta, giusto per informare Dio sul come la pensiamo, sul come ci deve aiutare.
E’ l’esperienza negativa purtroppo di tanti cristiani, che riducono la preghiera quotidiana a un rapido segno di croce, spesso storpiato e borbottato in malo modo. Una preghiera così non potrà approdare a una crescita spirituale, ad un
autentica vita di preghiera. La preghiera, come la vita, è ricerca è aprirsi alla Parola di Dio. Sono quindi necessari momenti di ascolto, di meditazione della Parola, di preghiera che nasce dall’ascolto. Oasi di silenzio da ricercare come si va alla fonte per dissetarsi. Oasi dove ritrovare l’armonia e la pace interiore.